Ho sempre pensato che i miti e in particolare quelli greci, nascondano una ricchissima forma di conoscenza, sono storie che tra realtà e illusione ti permettono di accedere a una sapere, che probabilmente con il solo linguaggio o la sola spiegazione formale non è raggiungibile. Forse nel mondo della riabilitazione dovremmo aver meno paura di farci aiutare dal mito. Riconosco che il Logos a differenza del Mythos oggi ha una posizione più importante e si è conquistato il suo posto di privilegio nell’olimpo della scienza, ma la riabilitazione essendo un problema anche di tipo culturale, potrebbe trovare un alleato anche nel mito e questo che vado a raccontare è un mito che fin dai tempi del liceo mi ha sempre affascinato:  il mito di Allagi e Diocosmo trovato in uno dei frammenti  del celebre Prospoìisi del filosofo Kanénas, mito che secondo me ci aiuta a capire alcuni aspetti della relazione tra paziente, terapista e malattia. 

Diocosmo è un esploratore molto abile e coraggioso e in uno dei suoi viaggi solitari attraversa lo stretto di Gibilterra, trovandosi così a dover navigare nell’acque dell’atlantico con correnti a lui sconosciute e infatti naufraga con la sua imbarcazione in un isola: la Polinosa (alcuni storiografi contemporanei la identificano nell’attuale isola di Tenerife). Diocosmo salvato dai Polinosiani,  viene accolto nella loro comunità. Il naufrago da abile viaggiatore e conoscitore del mondo era abituato a trovarsi in terre straniere e a dover ingegnarsi per comunicare, ma in questa bizzarra Isola gli abitanti parlavano l’Archenico una lingua molto simile al greco, ma allo stesso tempo molto diversa perché, nonostante le parole e la grammatica si assomigliassero, in realtà queste esprimevano significati completamente diversi e a volte anche opposti, rischiando non pochi malintesi tra il naufrago e gli ospiti. Diocosmo si era trovato nei sui viaggi anche in molte situazioni pericolose con popoli ostili, ma stavolta veniva trattato come una celebrità da tutti, anche dal Re Chazomara,  che ordinò a tutti di organizzare la più grande celebrazione in onore dello straniero Diocosmo. Il re diede anche ordine al vecchio Allagi di accompagnare lo straniero nelle ore che precedevano la cerimonia nonché di prepararlo affinchè tutto fosse perfetto. Quello che non Diocosmo non poteva sapere però è che anche Allagi era greco proprio come lui. Molti anni prima infatti, il vecchio Allagi, che ormai aveva perso la speranza di poter sentire di nuovo la sua amata lingua, durante una delle sue coraggiose esplorazioni venne trascinato dalle stesse correnti anche lui nell’isola di Polinosa e vi rimase imprigionato senza poter far più ritorno in Patria. Allagi aveva imparato alla perfezione il Polinosiano e si guardò bene dal parlare greco con Diocosmo e di svelare le sue origini, perchè sapeva esattamente cosa stava accadendo e quale sarebbe stato l’esito della cerimonia. 

Già prima dell’arrivo di Allagi i Polinosiani avevano rinvenuto delle tavole scritte nella loro lingua antica alle quali era stato attribuito un valore sacro e riportavano una profezia dove si narrava dell’arrivo di due stranieri provenienti da terre lontane di cui il secondo ad arrivare avrebbe garantito la vita eterna a tutto il popolo Polinosiano a patto che si rispettassero alcune condizioni: 

– Che ogni abitante mangiasse un bocconcino del suo corpo e che a cucinarlo fosse proprio il primo straniero ad essere approdato sull’isola. 

Allagi sapeva che se avesse raccontato tutto al giovane Diocosmo, questo preso dal panico di essere servito in pasto agli indigeni, avrebbe potuto innescare una serie di eventi che non gli avrebbero permesso di poter realizzare un piano di fuga. Infatti Allagi in cuor suo non aveva mai creduto che sarebbe arrivato quel giorno in cui un greco naufragasse proprio in quell’ìsola sperduta nell’oceano, ma da qualche parte aveva coltivato quella speranza e aveva impiegato tutti quegli anni di prigionia ad imparare il Polinosiano e la sua variante antica, proprio per mettere in atto l’unico piano che era stato in grado di escogitare per poter tornare in patria sano e salvo visto che, anche se ben considerato dal popolo ospitante, ne era comunque un prigioniero. Nel frattempo Diocosmo veniva preparato dalle donne dell’isola per la cerimonia, vestendolo di aromi e spezie pregiate e il povero naufrago nonostante tutto gli sembrasse molto strano, accettava le attenzioni con garbo per non rischiare di mancare di rispetto ad un popolo di una cultura così diversa dalla sua, senza però intuire che non si trattava di vesti, ma di condimenti e che le buone maniere a lui riservate celavano un perverso secondo fine. Allagi approfittando dell’assenza di Diocosmo impegnato nella sua “vestizione” decise di mettere in atto il suo piano di fuga, aveva infatti inciso in Polinosiano antico una vecchia tavola che avrebbe dovuto rappresentare il testo conclusivo della profezia già rinvenuta in precedenza. In questo falso creato da Allagi veniva precisato che gli dei infuriati dall’affronto del popolo che aveva osato avvicinarsi al loro essere divino, bramando la vita eterna, avrebbero scatenato sugli uomini una serie infinita di disgrazie per tutta la durata dell’eternità. Nella tavola il vecchio Allagi precisava che gli dei avrebbero portato a termine la loro punizione anche se il sacrificio dello straniero non fosse stato realmente consumato, ma per il semplice fatto che gli uomini abbiano solo potuto pensare di poter sfidare gli dei desiderando la vita eterna. Allagi fu costretto ad aggiungere anche un’ultima precisazione per completare il suo piano di salvezza, gli uomini avrebbero ricevuto il perdono divino solo se si fossero assicurati il ritorno dei due stranieri, illesi e ricoperti di doni presso la loro terra d’origine. 

A questo punto Allagi doveva solo nascondere questa tavola e far si che venisse rinvenuta dai polinosiani stessi, altrimenti, se fosse stato proprio lui a portarla alla luce, avrebbe attirato su di se dei leciti sospetti. Pensò che il miglior luogo per nascondere la tavola fosse proprio quello del cerimoniale, nel punto esatto dove sarebbe stata scavata dagli schiavi la “culla del fuoco”, la grande buca dove Allagi avrebbe dovuto cucinare il povero Diocosmo ed offrirlo in pasto a ciascun abitante dell’isola. Avendo cura di non essere visto da nessuno, il vecchio falsario si diresse verso il luogo designato e iniziò a sotterrare la tavola da lui scritta, ma proprio in quel momento venne sorpreso da Diocosmo di ritorno dal rito della vestizione, squadrandolo con sospetto, a causa del suo modo di muoversi a dir poco losco e colpevole, ma senza però far obiezione alcuna, essendo lui un ospite e vedendo Allagi come un indigeno a lui amico al pari di tutto il resto del popolo. Giunge il momento della verità, gli schiavi nello scavare la culla del fuoco, rinvengono la tavola di Allagi e in grande emergenza la portano in visione al Re che terrorizzato e senza pensarci due volte annulla la cerimonia e predispone la partenza immediata dei due stranieri. Diocosmo confuso dal rapido susseguirsi degli eventi e deluso dall’annullamento della cerimonia, cerca di dissuadere le autorità affinché la cerimonia si svolgesse, visto che le attenzioni ricevute, l’accoglienza e la protezione dimostrata da quello strano popolo, iniziavano a sedurlo e in qualche modo sperava di rimanere loro ospite e integrarsi nella comunità. Pensava anche di essere responsabile di un cambiamento così rapido delle circostanze, magari frutto di una parola mal interpretata o un gesto sconveniente, ma Diocosmo iniziava a capire che la causa di tale stravolgimento non era lui, ma proprio quella tavola rinvenuta che lui stesso aveva visto sotterrare da Allagi. Per questo iniziò a riferire al Re quanto scoperto poche ore prima agitandosi e indicando Allagi che per un attimo si gelò di fronte a questo risvolto inaspettato, ma la fortuna volle che in quel momento il greco e il polinosiano non coincidessero affatto e il resoconto di Diocosmo appariva al Re e agli altri presenti del tutto incomprensibile, anzi sembrava quasi volesse dire che ringraziava tutti a anche a nome del suo amico Allagi. Sarebbe stato però solo questione di attimi prima che Diocosmo avesse trovato le parole giuste e il plagio di Allagi fosse venuto a galla,  per questo il vecchio greco prese da parte Diocosmo e gli svelò per filo e per segno tutta la storia, quest’ultimo in un primo momento rifiutò le parole di Allagi che ai suoi occhi era ancora un impostore, ma alla fine dovette cedere all’evidenza e iniziò a collaborare con lui per portare a termine il piano. Così fu. Il Re impiegò tutti i suoi uomini migliori per garantire ai due Greci il ritorno in patria sani e salvi anche se in un frammento successivo dello stesso libro sembra che Allagi, una volta tornato in patria si rimise immediatamente in viaggio verso una nuova e sconosciuta località esotica.

In questo mito di Allagi e Diocosmo mi vengono in mente alcuni condizioni che tengono unite il mondo del paziente, quello del terapista e infine quello della malattia; quest’ultima rappresentata dal mondo nuovo in cui gli eroi loro malgrado vengono proiettati. Kanesas chiama questa terra proprio Polinosa  ( polis=città e nosos=malattia). Allagi come il fisioterapista vive già in questo mondo altro, ma non ne è il protagonista fintanto che non entra in contatto con il paziente, Diocosmo, il vero eroe che viene letteralmente trascinato dalle correnti su cui è impotente. Le stesse correnti che hanno trascinato  Allagi, ma in questo caso sono le forze delle passioni del riabilitatore che lo spingono verso nuovi confini, ma come nel caso della malattia del paziente, non è in grado di poterle vincere da solo . Diocosmo è destinato ad essere preda del volere della malattia impersonificata dall’isola e dai suoi abitanti, così allo stesso modo il fisioterapista lega il suo destino alla salvezza del paziente come avviene in un doppio vincolo. La vera salvezza è possibile per ciascuno dei due solo se questa si verifica per entrambi, ma nel mezzo della storia si instaura una dissonanza tra i due eroi, una sfiducia fatta anche di sospetti. Il doppio vincolo presuppone che se la salvezza da una parte è possibile solo se si realizza per la coppia lo stesso vale per la loro distruzione. Allo stesso modo Il percorso terapeutico tra paziente e malato segue la regola del doppio vincolo, non esiste percorso terapeutico di successo dove il recupero del paziente non sia accompagnato da un’evoluzione del professionista e al contrario non esiste un fallimento che non investa entrambi. Ma la svolta avviene nel momento in cui Allagi comprende che non può portare a termine il suo piano agendo da solo e all’insaputa di Diocosmo, questi, come il paziente, non rappresenta l’oggetto della terapia su applicare le proprie astuzie e strategie, ma ne è complice e come tale lo può essere solo se consapevole del progetto e del destino finale.

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